Ecco di seguito un altro post che conferma la mia fissazione nel voler conoscere i nomi giusti delle cose!

La Khroma è un accessorio di abbigliamento tradizionale cambogiano, si tratta di una larga e robusta sciarpa o scialle che può avere i più svariati utilizzi! Si possono incontrare persone che lo indossano come bandana, che lo usano per coprire il viso mentre lavorano, che lo utilizzano per trasportare pesi o a scopo puramente ornamentale, annodato sui fianchi. È utilizzato da uomini e donne di ogni età, anche noi in Cambogia abbiamo utilizzato la nostra khroma rossa come fazzoletto intorno al collo! Può essere in cotone o seta e può presentare motivi anche elaborati, ma il più comune è il vichy, di solito in rosso o blu. I Khmer rossi ne fecero un uso distintivo: mentre in colore rosso faceva parte della loro divisa informale, facevano indossare a coloro che ritenevano nemici della rivoluzione e occidentalizzati uno azzurro, che costituiva una sentenza di morte quasi certa.

La kefiah invece è un copricapo tradizionale della cultura araba e mediorientale, specialmente diffuso negli ambienti agricoli. È utilizzato anche nella regione curda della Turchia dove è conosciuto col nome di “pushi o poshu”. La probabile origine del nome kefiah viene dalla città di Kufa, il copricapo può essere chiamato “ghutra” particolarmente in Arabia Saudita e Bahrein, ma anche “hatta” o “shemagh”. In genere è fatta di seta, cotone o lana, a scacchi neri e bianchi, ma non sono rare kefiah rosse e bianche. Viene indossata come copricapo, mettendola a triangolo sulla testa, di modo che ricada sulla nuca per un lato e sulle spalle con gli altri due. Spesso la kefiah è mantenuta attorno alla fronte con una sezione di cotone intrecciato detta “egal”. Negli anni ’30 la kefiah divenne un simbolo del patriottismo palestinese, grazie alla sua associazione alle aree rurali, in contrapposizione al fez indossato nelle aree urbane, per divenire più tardi il simbolo di Yaser Arafat che fu visto raramente senza di essa. Le kefieh, per la loro comodità, sono utilizzate anche dai soldati che si trovano ad operare negli ambienti desertici, anche per le particolari caratteristiche di protezione e mimetismo negli scenari bellici.

La parola Pashmina deriva dal persiano “pashm” che significa “lana” e indica un prodotto tessile a base di pregiatissima lana cashmere, formata con il pelo della Capra Hircus che vive sulla catena montuosa dell’HimalayaA partire dal XIX secolo, in seguito all’esportazione di questi scialli in Europa, la parola Pashmina si è diffusa anche in occidente come sinonimo di scialle di cachemire particolarmente pregiato. I primi riferimenti scritti a queste tipologie di scialle si trovano in alcuni scritti indiani del III secolo a.C., ma il vero inizio dell’industria della pashmina è da riferirsi a Zayn-ul-Abidin, signore del Kashmir che, nel XV secolo, introdusse tessitori dall’Asia centrale per la lavorazione di questa fibra e instaurò un autentico monopolio della sua tessitura. La produzione è stata poi incentivata dall’appoggio dei Moghul e dal patrocinato del governo locale. Inizialmente la parola pashmina identificava lo scialle dei maharaja ottenuto usando solo il sottovello della parte del collo delle capre in questione; poi da lì l’uso della parola si è esteso a identificare la famosa sciarpa. Attorno alla seconda metà del sedicesimo secolo, la richiesta europea di pashmina era in costante crescita e la sua bellezza nota in tutto il mondo: si dice che furono trovate pashmine nei palazzi di Cesare e di Maria Antonietta d’Asburgo. I tessitori kashmiri producono tuttora meravigliosi e caldissimi scialli di pashmina, uno dei souvenir più ambiti dai viaggiatori che si avventurano per i sentieri dell’India e noi stessi ne abbiamo acquistate numerose!

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Nata a Pisa nel 1990, nella stessa città mi sono laureata in Studi Internazionali e attualmente vivo, lavoro e ho sposato Dario. Amo i giochi da tavolo con gli amici, leggere, scrivere, cucinare piatti etnici, oltre che viaggiare, vicino e lontano: la mia più grande passione.

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